DAL LIBRO:IL MIO MIELE TI AVVELENERA' EZIO VENDRAME-MONDADORI-EDIZIONI IL CASTELLO DI FOTOGRAFIE (19-20-21) Quando tre anni fà ho smesso d'allenare i giovanissimi della Sanvitese (non certo per colpa dei ragazzi,bensì dei loro ultrasoffocanti genitori per i quali l'unica cosa che conta nello sport è vincere a tutti i costi una stupida partita),per smaltire la mia sbornia di delusione raggiungevo in macchina la vicina Udine,poi,dopo averla posteggiata nel libero parcheggio del vecchio stadio Moretti,vagavo tutto ilgiorno come un fantasma su tutte le corse degli autobus della città fissando il vuoto oltre il finestrino,da un capolinea all'altro.Niente sembrava colmarmi il buco che portava nell'anima.Dopo un pò di giorni di assidua frequentazione di quei bus,non potevo non notare un altrettanto assiduo frequentatore:un ragazzo alto,lineamenti da principe,sempre ben vestito pulito e pettinato ,che cantava continuamente a squarciagola con "voce bianca",parlava da solo (anche quando parlava e basta,la sua voce usciva comunque in falsetto) e,sopratutto,dopo aver chiesto gentilmente il permesso scattava a ogni passeggero fotografie immaginarie con tanto di CLiCK!delle labbra all'unisono con l'indice che sbatteva contro il pollice a pochi centimetri dalla palpebra chiusa a ricamare un occhiolino. Una delle mie tante sere randagie in cui sedevo da solo al tavolo del pub a sbevazzare un paio di birre e tirare per i capelli la notte,notai che in quello stesso locale-era serata d'animazione e di karaoke-c'era pure quel ragazzo bizzarro dell'autobus,seduto anche lui "in isolamento";si alzava a cantare una canzone si e una no,con la sua voce in falsetto e intonatissima e movenze da rockstar. Ogni tanto,mentre lui era tutto preso da un pezzo degli 883 o di Tiziana Ferro,si avvicinava qualche idiota e,mimando la famosa scena del film cult Ritorno al Futuro,gli picchiettava il pugno chiuso sulla fronte dicendo con strafottenza:<>. La mia curiosità,osservandolo da lontano,cresceva di minuto in minuto e approfittando di una pausa del karaoke presi il coraggio e mi avvicinai con timidezza al suo tavolo.Mi presentai e:<> gli dissi.<>mi rispose con la sua voce da bambino e il suo sguardo sbarrato ma puro.Lo invitai al mio tavolo e gli offrii una birra doppio malto e una porzione di patatine fritte con ketchup,e la notte noialtri due la tirammo davvero per i capelli a parlare di chitarre e parlare in silenzio e parlare.Si chiamava Mirco,era stato abbandonato da sua mamma (una ragazza madre) in orfanotrofio a soli tre anni,abitava in un appartamento alla periferia estrema,fuori città,insieme ad altri quattro ragazzi ai quali la Vita aveva regalato più calcinacci che ori,era seguito da un'assistenza sociale che si premurava ogni settimana di lavargli e stirargli i vestiti tanto gli voleva bene.A un certo punto mi chiese pure il permesso di scattarmi la solita foto per l'album della sua fantasia... (21-22-23) A notte fonda,usciti dal pub,siccome avevo la macchina gli chiesi se voleva un passaggio a casa.Durante il tragitto Mirco di botto lo strano silenzio etilico che spesso a quelle ore della notte s'impadronisce dei corpi:<>.Questo mi disse Mirco coi lucciconi agli occhi e le mani curatissime che tremavano.La voce sembrava essersi fata ancora più stridula del solito per via dell'emozione,quasi un filo di ragnatela. Mi fece fermare con l'auto in aperta campagna,ai piedi dell'argine di un fiume,in una specie di bosco golenale pieno di pioppi,salici e robinie.Poi scendemmo,mi fece camminare con passo svelto per alcuni minuti,poi mi bloccò di colpo per un braccio gridando con gli occhi grandi come il mondo:<>.A essere sinceri,in quel postaccio era possibile vedere soltanto pantegane e pipistrelli,ma io stetti comunque al gioco e gli risposi con dolcezza:<>.<> Mirco mi parlava con quel suo filo di ragnatela,come se avesse un magone grande come un uovo sodo che gli stringeva la gola.<>Dietro il velo delle sue pupille si accese d'improvviso una lampadina di sei miliardi di watt e il colore della sua voce era davvero molto più grosso,ora,quasi un ruggito di leone.Lo sguardo di Mirco adesso era altrettanto sognante di quando poche ore prima si esibiva perfettamente a suo agio sulle note del karaoke. <> BUUU,QUESTA NON TE L'ASPETTAVI PROPRIO,EH? (pagine 25-26) Il mio amico Gianfranco Zigoni detto "Zigo",una delle più forti ali sinistre e goleador di serie A degli anni 60' e 70',mi raccontò che nella "sua" Verona (dove la gente ne ricorda ancora le prodezze ai tempi dell'Hellas) c'era qualche tempo fa un bimbo di colore di dieci anni,tifoso sfegatato dell'Hellas,che non poteva frequentare la curva dello stadio Bentegodi perchè non faceva in tempo ad appoggiarsi uno solo dei suoi piedi che veniva immancabilmente inondato dai buuu razzisti dei "tifosi". Ora ,sfortuna (o fortuna) ha valuto che in questi giorni uno dei capi-ultrà più offensivi e intolleranti di quella curva-sempre il primo a scendere in piazza a protestare o ad impiccare fantocci di stoffa nera fuori dallo stadio ogni volta che il presidente Pastorello annunciava,in estate,l'acquisto d'un atleta dal colore scuro della pelle-è morto in un incidente stradale. Questo capo-ultrà,abituato da sempre a comandare,si presenta col petto gonfio di superbia alla porta del Paradiso e bussa;un angelo molto gentile lo fa accomodare in sala d'aspetto e,quando arriva il suo turno,batte qualcosa sulla tastiera del computer e dice:<>. <>risponde secco il capo-ultrà. <> annuncia l'angelo,<> <>incomincia a sbraitare il defunto.<> <>replica serafico l'angelo. <> grida il capo-ultrà,il viso rosso peperone nonostante sia già passato dalla pallida parte dei morti. <>Il sorriso dell'angelo acceca di luce infinita la sala d'aspetto.<> <> esclama Comandini Uberto alzandosi sulle punte e sporgendo ancora più in fuori il petto. <>. IL SOGNO FRANTUMATO (pagine 33-34-45) Javier Jabalera è un ragazzo argentino che nonostante i suoi ventiquattro anni ha già moglie e due figli.Attualmente fa il cameriere in un bar del centro a Udine,ma otto anni fa,quando con un grande sogno nella testa e uno zainetto vuoto sulle spalle giunse da noi,avrebbe voluto zigzagare su tappeti verdi tra scrosci di applausi,e non servire bevande ai tavoli di un bar. Infatti fin da piccolo soltanto i rimbalzi di una palla gli avevano concesso il lusso di fargli palpitare forte il cuore.E provenendo da una famiglia povera,su quel suo tondo sogno puntò tutta la sua vita.Passione,tenacia e istinto del gol lo portarono ben presto nelle giovanili del prestigioso club del Boca Juniors.A sedici anni era già considerato più di una promessa,e dopo aver segnato nell'ultima stagione una quarantina di gol, con due stracci e le sue fedeli scarpe da calcio s'imbarcò su una nave per l'Italia a conquistarsi un posto tra i grandi del calcio che conta,in quello che anche lui considerava il più bel campionto del mondo.Aveva scelto Udine perchè il centravanti della squadra friulana era l'argentino Sosa,ed era arcisicuro che sarebbe bastato un semplice provino per convincere tecnici e dirigenti bianconeri che tra lui e il suo connazionale calcisticamente c'era un abisso.E quindi:MORS TUA,VITA MEA diventò da subito il suo motto! Era l'estate del 97' quando giunse nel capoluogo friulano,e il campionato di calcio era in vacanza.Nell'attesa di parlare con i dirigenti della società,per tenersi in condizioni di forma accettabili,Javier andò ad allenarsi con una squadra di amatori in un campetto di periferia. Bastò uno stacco per elevarsi a cercare di testa una palla, e nel ricadere a terra tra la polvere assieme ai legamenti di un ginocchio si frantumò anche il suo sogno. In quell'addio di luce la sua anima di colpo si svuotò,e vi rimasero solo grandi solchi.Quella chimera tanto inseguita si dileguò prima ancora di iniziare...una parte di lui se n'era andata per sempre. Il povero Jabalera scoppiò in un pianto disperato che sgonfiò impietosamente ogni pallone,ogni provino...con Sosa che sarebbe rimasto tranquillo al suo posto. Ma alle volte la vita che con una mano ti toglie e con l'altra ti dà...lo premiò con un rifugio sicuro tra le braccia di una donna.La stessa che in rapida sequenza lo rese padre dei due gol più belli della sua breve carriera. Nonostante sia passato del tempo da quel giorno infame in cui il Dio dei sogni bucati lo fece buono,lui ancora non si dà pace.E ogni qualvolta ti serve al tavolo,con una vena di malinconia ti sottolinea che tra lui e Sosa...proprio...non ce n'era. UN DESIDERIO DI ATTENZIONE (pagine 37-38-39) Teodorina è un'anziana ottantenne un pò originale.Grande lavoratrice da sempre,ha trascorso la vita ad occuparsi degli altri,in particolare modo del suo defunto marito,infermo per oltre vent'anni. Rimasta vedova andò a vivere con Novella,una delle sue figlie,accentuando spesso e volentieri le sue stravaganze.La figlia a causa del suo lavoro trascorreva buona parte della giornata fuori casa,alle volte assentandosi anche la domenica mattina.Un bel giorno suonò alla porta il garzone del fioraio consegnando un fascio di rose rosse per Teodorina.I fiori erano accompagnati da un bigliettino in cui stavano scritti mille apprezzamenti alla sua persona e alle lodevoli qualità del suo carattere,omettendo il mittente che genericamente si dichiarava "un amico". Sorpresa e lusingata,Teodorina si rivolse alla figlia alquanto perplessa,chiedendole se per caso era lei l'ammiratrice misteriosa.Ma al diniego di questa iniziò a formulare un sacco di ipotesi:<>.E mentre l'anziana madre in fibrillazione continuava a formulare mille ipotesi,la figlia ammutolì,e pensierosa sistemò le rose in un vaso,senza dare troppa importanza a tutte quelle smancerie. Da quel giorno per un lungo periodo ogni settimana regolarmente arrivavano piante e fiori delle qualità più pregiate,accompagnati da biglietti sempre più ricchi di elogi e complimenti da parte del fantomatico "amico".In breve la casa diventò una serra,e alla vista degli altri figli e nipoti Teodorina si pavoneggiava di tutte quelle attenzioni che nessuno di loro aveva mai avuto nei suoi riguardi. Un tardo pomeriggio mentre Novella rientrava dal lavoro si sentì chiamare dal fiorista che aveva il negozio due isolati prima di casa sua,e che dopo averla invitata ad entrare,con aria tibutante le chiese se fosse lei la figlia della Teodorina.Novella rispose di sì,ed inoltre lo pregò di confidarle il nome della persona che da tempo inviava fiori e piante alla mamma.Il fioraio imbarazzandosi ancora di più e sperando di non farle venire un colpo,con voce quasi timorosa le comunicò:<>. Novella sentì il sangue andarle alla testa,diventò rossa paonazza, e quasi svenendo si scusò rassicurandolo che quanto prima sarebbe passata a saldare il debito,raccomandandogli rigorosamente di non dare più neanche un'ortica a quella sua sciagurata spendacciona.Andò a casa come una furia e si scagliò verbalmente (perchè altro non poteva,altrimenti l'avrebbe volentieri strozzata) contro la madre che imperturbabile con un candore quasi celestiale le rispose:<>.Scese il silenzio per qualche istante,e poi con un sorriso furbesco continuò:<>. L'AVVOLTOIO (pagine 41-42) Paolo Bonolis nemmeno s'immagina cosa rischiò invitandomi a fare l'opinionista nel suo festival di Sanremo.Molto probabilmente sarà stato il patrono che dà il nome alla città dei fiori a proteggerlo insieme a quella folle manifestazione. Eh sì,perchè proprio nella prima serata venne presentato un progetto di raccolta di fondi per il Darfur,mostrando le fotografie di un artista dello scatto,premiato con il prestigioso Pulitzer,che in sequenza aveva immortalato tre immagini di una bambinetta,che,ridotta a pelle e ossa,prima sta per accasciarsi al suolo,poi si accuccia a terra con le manine sulla testa per proteggersi dai raggi di un sole cocente,50 C,ed infine crolla,con accanto un avvoltoio pronto a sfamarsi...una morsa allo stomaco mi fece ribollire il sangue nella testa.A fatica riuscìì a contenere la rabbia. Guai se Paolo mi avesse chiesto un parere su quella vetrina disumana che serviva a catturare le coscienze opulente dei tanti telespettatori e dei presenti in sala.Avrei voluto urlare al mondo tutto il mio disgusto:<>. Perchè quasi sicuramente quei tre scatti non erano avvenuti in una sequenza ravvicinata,ma con l'attesa di cogliere i momenti più cruenti di quella morte prestabilita:lo scoop era assicurato. Ma santo Iddio,mi chiedo:<>. SUICIDIO (pagine 43-44-45) Ho letto da qualche parte che il cane non ha l'istinto del suicidio.Ma non è così. La storia che sto per raccontarvi dimostra l'esatto contrario. Anni fa nel cortile di una falegnameria viveva un cane da caccia di nome Cesare.Era sempre legato ad una corta catena,e veniva sciolto dal padrone,che era anche il proprietario dell'azienda,solo per le battute di caccia.Perchè il suo comportamento e il suo fiuto fossero sempre impeccabili,la disciplina per lui era molto rigorosa.Aveva lo sguardo languido e il fare passivo come se fosse rassegnato a quel destino.La corta catena sembrava stesse a indicare lo spazio già ben delineato che il suo padrone gli aveva dato nella sua vita. Pietro Arsamanesez,di origine polacca,tutte le mattine prima di prendere lavoro nella bottega artigiana si fermava sempre a giocare con Cesare,e i due si scambiavano tenere effusioni. Entrambi sembrava capissero la sofferenza che li accomunava,e Cesare,ogni mattina,di buonora,come un orologio svizzero,con un timido scondinzolare della coda usciva dalla cuccia ad attendere il suo amico. Ma il padrone non era contento di tutte quelle coccole,perchè non voleva che il cane venisse viziato.Sembrava fosse geloso di quell'intesa,come se intendesse appropriarsi anche dei sentimenti del cane:ognuno doveva stare al suo posto! Per questo aveva ripreso più volte il suo operaio minacciandolo addirittura di licenziamento. Inevitabilmente tra i due il rapporto divenne sempre più difficile,conflittuale.Intanto Cesare,che per quel breve periodo aveva gustato il calore dell'affetto,si era fatto sempre più triste.La mattina presto,all'arrivo degli operai,sgusciava fuori dal cuccio,intrepido,speranzoso,e puntava gli occhioni sul suo amico che con la testa bassa e il cuore stretto,con passo veloce entrava in bottega fingendo di ignorarlo.La bestia,ferita da quella inusuale indifferenza,iniziava a piangere,gemendo e ululando;e il suo lamento straziante veniva in breve tempo coperto dal rumore delle macchine che piallavano il legno e segavano i tronchi. Pian piano quella disperazione si diffondeva verso il cielo,arrivando fino al rione dove iniziavano le prime case.Passarono gli anni,e il cane si era invecchiato senza più godere del conforto di una carezza,e perdendo la velocità e il fiuto di un tempo venne esonerato dalla caccia e relegato al metro di catena che gli consentiva a malapena l'entrata e l'uscita dalla caccia. Fin quando una fredda mattina d'autunno,Pietro,il suo solo amico di un tempo,che era sempre il primo ad arrivare sul lavoro,la trovò morto,con la catena attorcigliata attorno al collo. I suoi occhi sbarrati,che sembrava volessero riflettere tutto il tormento della sua anima tanto castigata,non lasciavano dubbi:si era suicidato. LA DANZA VERSO IL CIELO (pagina 47) C'è stato un tempo in cui pensavo che il valore più alto fosse la libertà.Ma non avevo fatto bene i conti con l'amore.Perchè nessuno è libero quando ama.E' stato un precipizio masticare sogni appigliandomi al vuoto di una vita senza sguardi. Giacchè smontando i pochi attimi che ritenevo belli,mi accorgevo che nell'ombra delle ombre ognuno di quegli abbagli aveva un occio di vetro. Senza amore tutto è insufficiente. E chissà se non si fosse ricordato di me,cosa ne sarebbe stato del mio cuore. Ora chissenefrega se sparisse il sole. Nel suo caldo spargimento,il mio cuore danza ogni giorno verso il cielo,e il suo viso splende. (pagina 49) SOLTANTO L'AMORE... Ho sempre avuto l'aria d'un inventore di sogni. Forse per questo mi porto appresso un tramento che non tramonta affatto. A volte ho usato parole al posto dei colori,e ho inventato bui che nessuno vedrà mai. E non mi pento d'aver passato gran parte della vita nutrendo arcobaleni abbracciato al silenzio. Certo,quando i miei sogni cadono dal mondo-mi dispero e piango Ma sono duro a morire. Soltanto l'Amore potrebbe uccidermi in un attimo,o per me vivere per sempre. IL GOMITOLO DELLA VITA (pagine 51-52-53) Anni fa conobbi una signora quasi novantenne.Si chiamava Maria,e viveva sola nella vecchia casa della sua famiglia.Era un'anziana arzilla,piena di vita,e aveva girato mezzo mondo.Il suo bagaglio di esperienza e conoscenza del genere umano era invidiabile.Si arrangiava in tutto,oltre ad accudire amorevolmente i suoi coinquilini:un cane e un gatto.Aveva uno spiccato interesse per tutto ciò che accadeva nel suo spazio circostante,e non solo.La lettura dei quotidiani e l'ascolto dei notiziari TV erano un appuntmento irrinunciabile. <> mi diceva,<>Da quando ci eravamo conosciuti mi recavo quasi ogni mattina a farle visita,e tra un caffè e qualche sigaretta ci confrontavamo sui vari fatti di cronaca,e se non erano sufficientemente meritevoli di discussione mi accontentava raccontandosi perchè conosceva fino in fondo la mia curiosità e il mio piacere di ascoltarla. Ma un giorno bussando invano alla sua porta appresi da una sua parente che durante la notte era caduta in bagno e fratturandosi il femore l'avevano portata d'urgenza all'ospedale.La mia anziana amica aveva cugini e nipoti che legalmene potevano ereditare,ma senza essere costretti a portarsi a casa il pacco.D'altra parte avevano tutti un gran da fare,e nei ritagli di tempo è improponibile pensare di accudire una vecchia.Le case di riposo altrimenti cosa ci stanno a fare?! Fu cosi che la sua penultima destinazione fu una bellissima residenza per anziani.Continuai a farle visita,ma no più con la stessa frequenza di prima.Quando varcavo la soglia di quel luogo mi si stringeva lo stomaco e si chiudeva la gola,sopratutto dopo che la mia amica,aprendo il suo cuore,mi raccontò il suo stato d'animo.<> Qualchemese dopo,per l'esattezza sei,ella pensò bene di lasciare il posto a qualcun altro che fremeva in quella lunga lista d'attesa. Non andai al funerale,c'ero già stato.Quel giorno portarono via solo l'involucro. ------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- MISURE DA FUGA Da qualche mese avevo conosciuto un mio giovane lettore tramite scritti e conversazioni telefoniche.Percepìì da subito la purezza del suo animo e la capacità quasi femminile di saper godere delle sfumature e leggere fra le righe.Fausto,Fausto di Pontelagoscuro in provincia di Ferrara,studente fuori corso di Lettere.Ventisettenne. Poi,a novembre,per la presentazione del mio ultimo libro,un invito mi portò a Ferrara e ad attendermi fuori dalla Feltrinelli c'era lui,proprio lui:Fausto,con un gruppo di amici.Alto un cazzo e due barattoli,lineamenti vagamente sudamericani ma senza l'abbronzatura,barbetta incolta e chioma scapigliata da Che Guevara in bicicletta,provvisorietà del fiore di campo in cima al vulcano,il suo modo di porsi non tradiva,al contrario,il candore dello sguardo:più che un quasi trentenne,lo faceva sembrare Harry Potter "alla scuola di magia". Ci accogliemmo l'un l'altro compiaciuti,la breve conoscenza a scatola chiusa non ci aveva traditi. Così,terminata la presentazione,con pizza,ceci e birra discorremmo calorosamente da vecchi amici.Fausto iniziò a raccontarmi di sè,sopratutto del suo tormentone,quasi convinto che io potessi dargli la giusta soluzione.Privo di qualsiasi inibizione e vergogna mi disse di avere problemi a trovare una compagna con la quale avere una lunga storia. Ultimamente,per evadere dalla noia perbenista della provincia,grazie al brivido fantasioso di nuove trasgressioni (e forse illudendosi,così,di cogliere prima o poi il giglio dell'Amore tra il pelo della Figa!) aveva provato anche a chattare riscuotendo grande successo in questi rapporti virtuali. E così...dopo un periodo di corteggiamento dove attraverso chat-line il suo animo puro e sensibile le cattura il cuore delle sue fantomatiche compagne,arrivano gli appuntamenti nelle varie città e paesi d'Italia. Alle volte sono loro che vanno da lui,ma indipendentemente da questo,tutte,senza distinzione,dopo il primo appuntamento-il più delle volte andato "a buon fine"-non lo vogliono più frequentare.Al che la domanda:<>.Cercando di non buttare subito lì la soluzione più scontata-"Tutte le donne,fatta salva la propria madre,sono puttane",-bensì sforzandomi di capire il motivo per cui una volta conclusa la vertigine del sesso veniva tralasciata tanta tenerezza,presi tempo e alla sua domanda risposi con un'altra domanda:<>.Con la purezza di un bimbo,e complice del gioco come ci conoscessimo dalla notte dei tempi,il mio Che Guevara-Harry Potter da Pontelagoscuro mi rispose:<>Dopo un attimo di perplessità,dove finsi di percepire l'inutilità del sacrificio del pelo perchè il suo nanerottolo sembrasse più lungo,sfoderandogli tutta la mia comprensione lo rincuorai così:<>.Poi,nonostante lo avessi informato che il tutto sarebbe stato pubblicato,con candore afrodisiaco mi spara alcuni episodi della sua tragicomica esistenza amorosa.